
Quando ho iniziato a studiare Pierre Boulez non componevo ancora musica. Il mio rapporto con lui è nato prima come esigenza intellettuale che come confronto creativo, ma proprio quell’immersione nel suo pensiero mi ha permesso di chiarire, forse per la prima volta, che cosa significhi davvero “comporre”. A posteriori, riconosco in quello studio le fondamenta teoriche e critiche di ciò che sarebbe diventato il mio modo di pensare la musica.
Alla sua figura ho dedicato la mia prima tesi di laurea, Musica e filosofia nel Novecento: Pierre Boulez, discussa presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Trieste. Il lavoro nacque dall’esigenza di affrontare il suo pensiero musicale non soltanto attraverso le opere, ma soprattutto attraverso i suoi scritti teorici, letti in lingua originale francese e nelle traduzioni italiane. Testi come Penser la musique aujourd’hui, Relevés d’apprenti, Points de repère e Orientations hanno costituito l’ossatura teorica della mia ricerca, rivelando una concezione della musica come sistema complesso, aperto e storicamente situato.
Nel confronto con questi scritti emergeva con forza il legame profondo tra musica e filosofia che attraversa tutto il suo percorso: l’idea di struttura, la centralità del tempo, il rapporto problematico con la tradizione, la nozione di forma come processo. Le opere musicali — da Le Marteau sans maître a Structures, da Pli selon pli a Éclat/Multiples, fino a Répons — apparivano così come il laboratorio concreto di un pensiero che si metteva costantemente alla prova, rifiutando ogni cristallizzazione.
Boulez non ha mai separato il gesto compositivo dalla riflessione teorica né l’una dall’altra dalla responsabilità storica dell’artista. Il suo atteggiamento, spesso polemico e volutamente provocatorio, non era fine a se stesso, ma rispondeva alla convinzione che la musica dovesse reinventare i propri strumenti linguistici per restare viva. Studiare Boulez significava quindi misurarsi con una musica che non chiede consenso, ma attenzione, disciplina e rigore.
La mia tesi ricevette il primo premio del Fondo Tončič, allora presieduto da Pavle Merkù. Un riconoscimento che vissi come la conferma dell’importanza di un approccio interdisciplinare, capace di tenere insieme analisi musicale, riflessione filosofica e contesto storico: un metodo che Boulez stesso, con la sua attività di compositore, direttore e teorico, aveva reso imprescindibile.
A distanza di anni, il suo pensiero continua a interrogarmi. Al di là delle necessarie revisioni critiche e delle distanze che il tempo impone, resta intatta la sua lezione più profonda: la musica non è mai neutra. È sempre una forma di pensiero che prende posizione nel mondo.
Ricordare Pierre Boulez oggi a 10 anni dalla scomparsa significa, per me, tornare a quell’idea di rigore intellettuale e di radicalità creativa che attraversa tanto le sue partiture quanto i suoi scritti, e che continua a costituire una sfida per chi ascolta, studia e pensa la musica.
Chi volesse leggere la mia tesi, la trova nella Narodna in študijska knjižnica di Trieste.


