Ci sono incontri che avvengono attraverso la lettura e che, a distanza di tempo, trovano nella musica una possibilità nuova di espressione. È quanto è accaduto con Un’anima di pietra, il mio brano per voce e flauto basso, presentato martedì 23 giugno 2026 nella sala degli Amici del Loggione del Teatro alla Scala di Milano e domenica 28 giugno allo Spazio Nuovo Maria Bambina di Brugherio, nell’ambito di due appuntamenti musicali che hanno visto protagoniste la cantante giapponese Akiko Kozato e la flautista Laura Bersani, dell’AltreVoci Ensemble.
A loro due va il mio ringraziamento più sincero: sono state bravissime. La loro interpretazione ha saputo dare voce e respiro a una pagina musicale nata da un incontro particolare tra poesia, immaginazione e ricerca sonora.
All’origine del brano c’è una poesia, Fujiyama, scritta a Tokyo nel 1923 da Alma Karlin, giornalista, poetessa e viaggiatrice slovena, e tradotta in sloveno dall’originale tedesco da Boštjan Dvoržak e Jerneja Jezernik. È proprio attraverso questa traduzione che ho incontrato il testo della Karlin e ne ho realizzato una versione musicale.
Alma Karlin è stata una figura davvero singolare. Nata nel 1889 a Celje, cittadina slovena che allora apparteneva all’Impero austro-ungarico, possedeva una straordinaria conoscenza delle lingue: inglese, svedese, norvegese, danese, francese, italiano, spagnolo e russo. Una competenza che non fu soltanto un patrimonio culturale, ma lo strumento attraverso il quale costruì la propria libertà.
Nel 1908 si trasferì a Londra, dando inizio a un’esistenza fuori dagli schemi, segnata da una continua ricerca e dal desiderio di conoscere il mondo. Il suo viaggio la portò attraverso gli Stati Uniti, Panama, l’Australia e la Nuova Zelanda, le isole Fiji e Salomone, la Nuova Guinea, il Borneo, l’Indonesia, la Malesia, le Filippine, la Thailandia, la Birmania, Singapore, l’India, il Pakistan, la Cina e il Giappone.
Non fu soltanto una viaggiatrice: Karlin osservava, studiava, scriveva, cercava di comprendere culture lontane dalla propria. Una donna che, in un’epoca in cui per molte altre le possibilità di movimento e autodeterminazione erano ancora fortemente limitate, aveva scelto di attraversare il mondo affidandosi alla conoscenza, alla curiosità e alla propria determinazione.
È una di quelle figure femminili che mi interessano particolarmente e che trovano spazio nel mio progetto musicale Voci ostinate, una galleria di ritratti dedicati a donne che, in modi diversi, hanno saputo percorrere strade personali, spesso controcorrente.
La difficoltà di trovare una propria voce
Quando ci si confronta con l’idea di un nuovo brano musicale, il primo problema, almeno per me, è trovare uno spazio creativo che sia veramente, profondamente e sinceramente vivo nella sua pulsione creativa.
Fujiyama offre immagini di grande suggestione: i pini contorti, simili a dita ossute, il mare che riflette il profilo della montagna, la neve che ne incorona la sommità, la presenza silenziosa e quasi sacrale del Fuji. Sono immagini forti, già cariche di una loro musicalità interiore. Il rischio, dunque, è quello di lasciarsi guidare troppo dalla descrizione, finendo per costruire una musica che accompagni semplicemente il paesaggio evocato dalla poesia.
Scegliendo solo alcune parole dalla poesia in sloveno, ho cercato invece di andare oltre, di avvicinarmi a ciò che quelle immagini sembrano custodire.
Il titolo Un’anima di pietra nasce proprio dal cuore del testo: l’immagine di una montagna che non è soltanto una presenza naturale, ma sembra possedere una propria anima, una dimensione interiore che chi la osserva può percepire. La pietra, in questo senso, non è sinonimo di immobilità o insensibilità. È piuttosto una forma di permanenza, una forza silenziosa, qualcosa che attraversa il tempo senza perdere la propria identità.
Anche la scelta dell’organico, voce e flauto basso, si inserisce in questa ricerca. Mi interessava il confronto tra due essenze sonore, capaci di esplorare territori espressivi molto diversi, ma anche di avvicinarsi e confondersi in un dialogo intimo. La voce porta con sé la parola, la sua dimensione umana e narrativa; il flauto basso apre invece uno spazio timbrico particolare, profondo, talvolta misterioso, che può diventare presenza, paesaggio interiore, controcanto, utilizzando anche la particolarità dei suoni multifonici.
Non volevo che la musica descrivesse il monte Fuji, ma che provasse a restituire la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi: una presenza che suscita rispetto, contemplazione e, insieme, il desiderio di appartenervi.
Anche se il testo del brano è in sloveno, pubblico qui sotto la mia traduzione libera in italiano, in cui ho cercato di conservare la forza delle immagini e la particolare tensione poetica del testo, mantenendo anche quell’invocazione quasi religiosa che attraversa la poesia. Il paesaggio naturale e la dimensione spirituale si intrecciano infatti in modo inscindibile.
La poesia
Fujiyama
Alma Karlin – Tokyo, 1923
Pini contorti, come dita ossute,
conforto alle gru, ribelli alla tempesta,
a Te, o Signore, obbedienti e saldi,
custodi del luccichio delle onde.
Il tuo volto si riflette quieto nel mare,
che sotto di te scintilla d’argento,
ancora una volta la tua fronte si accende all’orizzonte,
che la sua corona nevosa sfiora.
Chi ti guarda con rispetto,
in te sentirà un’anima di pietra,
arderà dal desiderio che con la roccia grigia
un giorno possa di nuovo crescere e vivere nascosto.
Un incontro tra voci e timbri
Le due esecuzioni hanno rappresentato per me l’occasione di ascoltare il brano prendere vita attraverso la sensibilità di due interpreti di grande valore.
Akiko Kozato, con la sua voce, e Laura Bersani, con il flauto basso, hanno saputo costruire un dialogo attento e partecipe, restituendo le diverse sfumature di questa composizione. La loro interpretazione ha dato concretezza a un’immaginazione sonora che, nella fase creativa, era nata proprio dall’incontro tra la dimensione umana della parola e quella più enigmatica e profonda del suono strumentale.
A entrambe va il mio grazie, così come all’AltreVoci Ensemble per aver accolto e portato all’ascolto questo lavoro.
Un’anima di pietra entra così nella galleria di Voci ostinate, un progetto che continua a condurmi verso figure femminili capaci di lasciare una traccia, donne che hanno attraversato il proprio tempo con coraggio, curiosità e determinazione.
Alma Karlin, con i suoi viaggi e la sua scrittura, è una di queste. E forse la sua poesia ci consegna anche una suggestione che va oltre il ritratto del Fuji: la possibilità di riconoscere, dentro ciò che appare immobile e silenzioso, un’anima capace ancora di parlarci.
Qui sotto il link per l’ascolto:
